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Stralci dal libro

Il Quadro dei delitti

Stralci da Il quadro dei delitti

Chiesa de la Trinité

Le campane della Trinité suonavano l'ora Sesta a mezzogiorno. Come gli avevano insegnato i superiori in convento, Bernabé ricordò che le campane avevano una voce. E infatti, mentre il Maestro oltrepassava l'uscio, gli sembrò di udire questo messaggio: «Noi piangiamo una morta, liberiamo un innocente, accusiamo un colpevole».


Castello di Tiffauges

Distante una ventina di chilometri da Clisson, di fronte a colline di granito, sul suolo imporporato dal fiore sanguinante del grano saraceno, un castello s'ergeva fra le sue rovine. Con la cinta ancora delineata dai ruderi delle torri e il mastio diroccato, dove stavano abbarbicati argentati licheni e muschi dorati. Giunto all'interno, forse attraverso cunicoli sotterranei, il rinsecchito Prelati attraversava angusti corridoi. Poi salì, strascicando i piedi, un'ancor più angusta scala a chiocciola e giunse in una sala. Intonaco scintillante alla luce delle fiaccole alle pareti. Muri in alcuni punti neri e affumicati, qua e là incisi da larghe fessure di colore più chiaro

Cappella Templare dellla Maddalena

Il Principe, raggiunta la croce, se la lasciò alle spalle e incominciò a contare i passi. Dal viale a «y», dove era stato Bernabé con Upupa, entrò nella cappella abbandonata. Qui, con le mani, combatté contro le erbe avventizie, intrecciatesi fra loro in amplessi promiscui e contro l'edera helix avvinghiatasi alla clematide. Niente lo fermò, se non quando giunse al 587° passo. Dinanzi a lui si ergeva un'alta barriera, costituita da fronde verde scuro. Accesa la lanterna cieca tascabile, ritrovata nel giardino di Perrine, vi concentrò il raggio abbagliante; poi tolse un martelletto da sotto il mantello e incominciò a picchiettare. Sentì il rumore tipico provocato da pietre poste le une sulle altre, a secco e ricoperte solamente dall'intonaco. Caddero a una a una e le tirò a sé per farne un piccolo ammasso. La luce colpì finalmente la croce, indicata nella pergamena. Questa, però, scolpita nel bronzo, presentava, al posto del Cristo, un veretro con il glande all'insù. Lo studiò, esaminò la scultura, ma l'aria smossa dai sassi crollati esalava odore mefitico, anche se in alto esisteva una minuscola feritoia...


Cappella Templare della Maddalena

A sinistra, in angolo, si scorgeva una vera e propria cripta rettangolare. Prese il martelletto e con la penna fece leva sotto il coperchio. Picchiò e picchiò finché questo non iniziò a smuoversi. Smaniò, provando l'angoscia del profanatore. «Ce la farò?», si chiedeva reiteratamente. «Riuscirò ad aprirla?» L'ennesimo colpo fece finalmente slittare la lastra coprente e nella sua mostruosità gli apparve lo scheletro d'un Templare. Quella carcassa, dall'apparenza vischiosa e glutinosa, prendeva forma sotto i riflessi della lampada. Il corpo avvolto, quasi fasciato, nel saio mezzo ammuffito e stracciato, da cui emergeva un ginocchio. Dagli strappi superiori intravide le costole. La tela, incollata alle ossa, presentava rilievi simili ai panneggi nelle statue. Il cranio screpolato e crepato aveva l'aspetto d'un frutto marcio. Ma la bocca, la bocca aperta risultava tappata da abbondante cartapecora aggrovigliata e appallottolata. Con mossa rapida, Sansevero tirò il gomitolo pergamenaceo e nelle fauci spalancate indirizzò il raggio luminoso. Questo si scontrò con l'altro, che in riverbero provenne dall'interno...


Castello di Tiffauges
Mercato coperto

L'oscurità fitta dell'antro veniva rotta da ceppi fiammeggianti, sopra i quali stava poggiato un crogiolo. In esso ribolliva, straripando, una putrida poltiglia cremosa dalle esalazioni mefitiche.
I muri trasudavano umidità e, in angolo, dalla volta cadevano gocce d'acqua. Sopra la parete destra, in alto, una fessura di luce quadrata. Come lo sportello d'una trappola per topi. Un rumore, anzi lo stridio superò il crepitio del fuoco. Lo stridio di qualcosa strisciante lungo scanalature. Qualcuno stava spostando la grossa pietra posta fra i due pilastri della volta. Apparve prima vago chiarore, poi una torcia e una mano inguantata. Infine l'elmo dorato e la figura atletica di Rosario. Scesi venti gradini, alti, stretti, senza ringhiere. Una specie di cresta in granito, simile a muro degradante, penetrava nella zona sotterranea. Profondissima. Lì, deposti in ampie vasche quadrangolari, blocchi di ghiaccio costituivano la neviera. Dentro la quale si esibivano - nella gelida lividezza del cadavere - tre miseri arti umani. Il mostro li illuminò, curvandosi a osservarli. Poi, girando su se stesso, proiettò il fascio luminoso sul letto dove riposava la notte. Deposta la fiaccola nell'abitacolo a muro, si tolse il mantello e lo lanciò sul materasso, che sollevò per estrarne una sacca. Lì, quasi amorevolmente, infilò i monconi umani presi dalla ghiacciaia. Accese un'altra torcia e risalì al piano soprastante. Qui inserì nel crogiolo la sua «cacciagione» che, con l'aiuto d'un badile, mescolò a soda caustica. Il movimento rotatorio ritmico e accelerato del braccio, sempre nello stesso senso, rivelava l'ossessione maniacale che gli devastava la mente come un verme può fare con il frutto. La sua follia, la sua idea fissa stava là, sotto quell'elmo, da cui proveniva un rantolo, a volte un soffio, a volte un ruggito.

La faccia più nera del temporale, Badeau apparve all'improvviso tra le bancarelle nel mercato coperto. Non era lì per caso, lo si capiva. Setacciava la folla, irrequieto, come se cercasse qualcuno. Minuziosamente scrutava. Con ostinazione perlustrava. E aveva tutta l'aria di chi non avrebbe rinunciato tanto presto alla caccia. Quando il fedele cancelliere gli sussurrò qualcosa alle spalle, indicandogli un saio bianco, sembrò acquietarsi. Un ghigno però gli incurvò le labbra. Il sindaco si affrettò verso il suo bersaglio e lo raggiunse. «Lo sapevo che vi beccavo qui», sibilò, truce in volto. La vicina venditrice di terraglie, che dava il resto a un cliente, s'interruppe e lo fissò incuriosita. «Aspetto da voi delle spiegazioni e delle scuse, scegliete voi in quale ordine», insisté Badeau. Upupa non se ne diede conto. Il tono non l'aveva disturbato: riconosceva la solita modulazione aspra di Badeau. Continuò quindi a curiosare tra le bancarelle, senza dar troppo peso a quelle parole astruse. «Quali scuse? Quali spiegazioni?», chiese senza guardarlo. E afferrò a due mani un trinciante affilato dal banco dell'arrotino. L'atteggiamento noncurante del vecchio infuriò Badeau. «Badate! Non sono qui per farmi ridicolizzare da voi», latrò. «E non provate a minacciarmi con quella lama!» La sua voce isterica schizzò fin sotto l'antica volta, rimbombando sotto le travi in quercia e castagno. La cagnara del mercato divenne silenzio, poi brusio carico di tensione. Per un lungo istante venditori e clienti cessarono ogni trattativa. Due guardie municipali accorsero, fendendo il capannello formatosi attorno ai due. Upupa si guardò attorno, poi fissò sbigottito la faccia congestionata del sindaco. Ancora gli sfuggiva il perché di quella reazione inconsulta. Posò con calma il coltello e con calma parlò per primo: «Via, sindaco, siate ragionevole! Non ho mai minacciato nessuno in vita mia e voi lo sapete».

Prigione di Clisson

Afferrato il vecchio per un polso, lo trascinò sui bastioni della cinta muraria fino alla torre di sinistra, dov'era ubicata la prigione maschile. Da quell'altezza, lo sguardo spaziava oltre il fiume, l'abitato, la campagna. Le prigioni, due distinti corpi di fabbrica con poche aperture, le avevano sistemate proprio lì, accanto ai bastioni occidentali. Costruite accanto alla muraglia, nella loro solidità parevano sfidare ogni fantasia di fuga dei prigionieri.

Prigione di Clisson

Attraverso una scala raggiunsero il cortile dirimpetto alle carceri. Altri tre gradini, fin sotto un arco in pietra che conduceva alla pesante porta in legno robusto, rinforzata da dieci barre orizzontali di ferro. Con il suo garbo abituale, il sindaco la prese a pugni. Una testa spiò dal finestrino e borbottò qualcosa. Badeau chiese al carceriere di fargli strada e, spintonando Upupa alle spalle, per poco non gli fece sbattere il naso contro la cella numero 5. Solo all'apertura dell'uscio l'ossesso sembrò calmarsi.

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