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Prologo

Delitti sotto la cenere

Palazzo San Severo

Palazzo San Severo

Acherontia Atropos

Acherontia Atropos

Carlo Gesualdo

Carlo Gesualdo (da Venosa)
Mappa dell'Infrascata

Prologo


Napoli, martedì 17 febbraio 1756


Mezzanotte.

Nero di corvo il cielo. Rare stelle. Una, una sola, indocile, squarcia l’insolita caligine notturna e schizza via. Filo incandescente, solletica in scia luminosa il golfo increspato, scende sulla città muta, s’inoltra per le vie anguste. Ardente e ardita, disegna strani arabeschi, cerca il suo simile per fondersi in lui senza morire. Sfiora lanterne di vagabondi, dorature di fregi, abbaglianti nitori di marmi, lampi scarlatti di focolari. No…
Inquieta, ribalda saetta di luce, prosegue. Guizza intorno alla Basilica di San Domenico Maggiore, attraversa la piazza, oscilla sulla facciata d’un palazzo nobiliare, palpita freme s’insinua in un sotterraneo. È là il suo simile. Là brillerà senza mai spegnersi. Lo trova, lo ama, in lui si perde…

Un lume. Oscillante sullo stoppino. Tremula fiammella giallo chiaro, striata d’un rosso sanguigno.
A contemplarla, il suo inventore. Altra creatura fuggiasca. Ribelle a convenzioni, limiti, mediocrità. luce vivida nel suo universo: quello della conoscenza.
Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero. Bassa statura, capelli appena ingrigiti, bel viso dai lineamenti fini, grandi occhi d’intenso brunoverde che, all’assalto delle emozioni, brillano o s’incupiscono come il sottobosco d’una foresta ai capricci del sole. Le mani eleganti dalle lunghe dita nervose s’accostano alla fiammella quasi per accarezzarla, si ritraggono, salgono al volto, si congiungono sulle labbra a soffocare un gemito di suprema eccitazione.
«Tre mesi che lo vigilo, e non s’è mai spento...» mormora. «
Coda de Cifero! Ho inventato un ‘lume eterno’!»
Sì… Da tre mesi, ostinato e impertinente, lì nel laboratorio di Palazzo Sansevero quel lumetto arde, trasgressione palpitante alle comuni leggi del fuoco: combustione, deperimento, morte. Sedotto dalla mirabile invenzione, il Principe alchimista pare appiccicato coi piedi all’impiantito, ma la mente vola frugando tra le formule. E non sa se ridere o piangere. Perché non si capacita, non capisce. Tutta quella luce gli è oscura. Ha calcinato un teschio in vetreria... e poi? Per quale strana manipolazione è giunto alla materia inestinguibile?
«Certo, l’ho fatto io… ma come?»
Se lo guarda avvinto, il lume, come si guarda una bella donna, sconosciuta e per questo ammaliante. L’emozione negli occhi. Allo strano brillio i capelli mandano riflessi aranciati.
«Non potevi che nascere qui, fiammella bizzarra, vero?»
Già: quel prodigio può averlo concepito soltanto lì, nel laboratorio, quattro stanze sotterranee, per lui più importanti dell’intero palazzo di famiglia. Antro segreto, forziere prezioso, perché vi ripone speranze aneliti e conquiste d’un intelletto insaziabile.
Un lamento stridulo, sopra lui, raccapricciante.
Raimondo alza gli occhi. Una farfalla notturna. Tozza, grandi ali screziate di nero e avorio. La sfida, accigliato. «Avanti, scendi! Posati. Mostrami se sei ciò che il tuo pianto rivela…»
La farfalla discende volteggiando su un alambicco. Dischiude le grandi ali. Palesa l’orrido disegno giallastro sul corsaletto.
«Sfinge testa di morto. In questa stagione? Ai nostri lidi non dovresti approdare a fine primavera?» Un leggero sospiro, sopracciglio inarcato. «O forse… ma certo, tu qui hai riposato per mesi, uovo e poi bruco. Eccoti qua, misterioso rosicchiatore delle mie piante di belladonna!» Spalanca la destra, il lepidottero dalla divisa fosca vi plana senza paura, come ammaliato. «Messaggera di morte e del mistero, cosa m’annuncia il tuo grido d’oltretomba? Sorella della nottola e del gufo, chi t’ha evocato con filtri e cabale dalle profondità delle caverne?»
Un gesto. Goffo, pesante eppur leggero, la sinistra farfalla torna a danzare attorno al tavolo, attratta dalla luce della fiammella, poi s’allontana. Vagabonda fino allo stipite della porta e là s’adagia.
Dimentico dell’ospite inattesa, Raimondo torna al suo lume. Adorante. Se lo coccola ancora a lungo, poi, tolto il grembiale, apre la porta. La sfingide si riscuote con guizzo repentino. Disturbata, stride. Lo precede sul caracò, la scaletta a chiocciola che conduce ai piani superiori.
Afferato un candeliere, lento, sale i gradini, il pensiero ancora rivolto al lume. Felice, fiero, compiaciuto. Ma d’improvviso qualcosa spezza quello stato di grazia. La farfalla cozza due volte contro la parete come nocca ossuta, lo stridio diviene grido. Sansevero volge intorno lo sguardo, ma l’aria si fa via via più densa e irrespirabile. Un puzzo nauseabondo inquietante proviene dal muro…


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