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Delitti sotto la cenere
Le fiamme s’innalzarono all’istante, lanciando schegge incendiarie pronte ad aggredire le tende, quasi bombiti scagliati dal cratere d’un vulcano quiescente da tempo.
Rèfoli di vento zigzagavano, alimentando il rogo.
In quel crepitio, nella maledetta voce del fuoco in convulsione, nessuno in strada vide un qualcosa d’appallottolato proiettarsi magicamente fuori dalla porta, e altrettanto magicamente scomparire nel giardino.
Sansevero, seguìto il grottesco spettacolo dal balcone, chiamò a raccolta Nicola, il valletto, il cocchiere, l’oste e alcuni volenterosi. Ordinò d’approntare in mezzo alla strada una larga tinozza colma d’acqua. Corse poi in una delle rimesse e trascinò fuori la sua ultima invenzione: una pompa antincendio.
Una volta tanto, il suo scopo non stava nel meravigliare. Quel giorno gl’importava soltanto che l’aggeggio funzionasse davvero. Spinse avanti il carro su ruote, munito della pompa, e la sistemò accanto al grosso recipiente.
Con rapidità, organizzati a catena, gli aiutanti riempirono secchi e travasarono l’acqua nell’imbuto all’estremità dell’idrante. Al Principe toccava invece far scattare il pistone, comandato da una vite senza fine, per scagliare il proiettile d’acqua sulle fiamme. Raimondo ringraziò in cuor suo Besson, l’ideatore del marchingegno, al quale però lui aveva apportato una notevole modifica: l’applicazione d’un doppio propulsore, che sparava tre colpi in rapida successione, con forte gittata.
Il Principe esortava: «Forza! Caricate acqua, altrimenti le fiamme s’estenderanno!»
Copyright Nathan Gelb
2008