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Delitti sotto la cenere
Accompagnato da Tibet, lo scrivano e due sbirri, il giudice Paternò discese dalla carrozza in largo San Domenico Maggiore. Ispezionati nell’ordine la facciata del palazzo de Sangro, lo stemma del casato e il Toson d’Oro soprastante il frontone del nuovo massiccio portale, annuì. Don Raimondo non lesinava spese per abbellire la propria dimora
***
In un silenzio di tomba, entrambi salirono la scalinata. In cima, ad attenderli, don Raimondo in persona. Abito di velluto nero, jabot e cadute in merletto grigio. Spalle alzate, gomiti puntati ai fianchi, mani allargate e sopracciglia aggrottate, a indicare un «Io non ci capisco niente».
«Benvenuto, marchese! Seguitemi.» Il terzetto discese la scala a chiocciola segreta e si trovò nel tempio annerito e affumicato. Il Principe fece cenno a Tibet di allontanarsi.
«Dove sono i corpi flambé?» chiese Paternò. In cuor suo intrepido come un baco da seta, per farsi coraggio era ricorso a una battuta meschina.
«Quali parole valorose può suscitare lo spavento in una lepre!» lo rintuzzò il Sansevero.
«Toglietevi questa maschera di ferro, eccellenza», lo rimbeccò Paternò. «E tirate fuori quella di carne. Qui non solo puzzano di bruciato i corpi… pardon, quel che ne resta, ma anche il tempio. La Massoneria ce l’avete dunque nel sangue, voi? V’ha stigmatizzato per sempre?»
«Signor giudice, abbiate la compiacenza di guardare in fondo a sinistra. Lì dove c’è lo scranno del I Sorvegliante. Non vi ricorda niente? Non indossaste forse anche voi un grembiulino bordato di rosso?» sibilò don Raimondo. «Non avete forse rivissuto la leggendaria morte del maestro Hiram Abif, celebrato e onorato in Massoneria?»
«Sì, ma l’ho abbandonata», rispose il giudice, punto nel vivo. «Quest’associazione muratoria è una feccia, condannata dalla Chiesa e da Re Carlo!» sentenziò, ma la voce suonò incrinata. «E voi per me siete un delatore, dal momento che avete abiurato. Anche se questo tempio negherebbe il vostro tradimento. Per cui, comunque, siete fuorilegge…»
«Dite?» lo interruppe il Principe. Indi, mano al fianco, mento sollevato e occhi severi, nobile ed eretto scandì le parole. «Anche voi, eccellentissimo giudice, siete stato affiliato in questa Loggia, e il marchio muratorio non si cancella. Se il vostro nome non fu reso pubblico cinque anni fa, lo dovete a me. E altro non aggiungo. Fra gentiluomini in genere basta uno sguardo. Penso piuttosto sia impellente visionare l’obbrobrio avvenuto qui, fra le mura della mia casa».
***
«Buon Dio!» tuonò il giudice. «Quest’ignominia è fuori la legge del feretro. Ci troviamo fronte a fronte con la consunzione cinica e scoperta. È quasi un oltraggio alla morte esibirne l’opera: le ossa senza più ossa, il ventre senza più carne, la voce senza più voce… Ci si può figurare un quadro funebre più spoglio?»
Impugnate le molle del camino, uno strano sudore fuligginoso a imperlargli la fronte, frugò fra i resti. «Principe, conoscete questi signori?» chiese, chino sulle teste.
«L’uomo sì. Era il mio cameriere personale Leonardo Lamberti. La donna, no», rispose Raimondo con occhi sofferenti.
«Com’è entrata nel tempio, se l’ingresso alle donne è vietato? A meno che i regolamenti non siano cambiati…»
«Tutto come prima, marchese. Al sesso femminile l’accesso è sempre interdetto. Probabile che l’abbia introdotta Leonardo, ma ne ignoro la motivazione.»
Paternò s’infilò un dito sotto la parrucca, come a tirar fuori un pensiero. Poi, corrucciandosi, sbatté le palpebre. «Chi ha le chiavi di questo locale?»
«Io e Leonardo. Altre non ce ne sono, almeno che io sappia.»
«Potrebbe esser stata la sua amante? Mi pare fosse un bell’uomo, il Lamberti…»
Pur nella sua indicibile desolazione psichica, il Principe riuscì a replicare. «Esistono tentazioni alle quali un uomo, anche il più integerrimo, è incapace di sottrarsi. Quindi non lo escludo. Del resto, Leonardo era vedovo e solo al mondo. Ma, pur ipotizzando che sia stato lui ad aprirle la porta del tempio per farla salire nella sua camera, come e perché si trova incenerito insieme a lei? E proprio dinanzi alle colonne simboliche del tempio»
Copyright Nathan Gelb
2008